La sfera d’oro trovata a due miglia di profondità non era un alieno: risolto il mistero dell’anemone abissale
Più di due anni di analisi della NOAA e dello Smithsonian hanno svelato la vera natura dell’oggetto dorato scovato nel Golfo di Alaska nel 2023: si tratta della cuticola di base di un grande anemone di mare della specie Relicanthus daphneae.
La notizia arriva dagli Stati Uniti e ha un sapore che mescola ricerca oceanografica e investigazione scientifica. La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) e lo Smithsonian Institution hanno annunciato di aver finalmente identificato la natura dell’oggetto dorato a forma di cupola che nell’agosto 2023 era stato avvistato sul fondale del Golfo di Alaska, a una profondità di 3.250 metri. La rivelazione, diffusa il 22 aprile 2026 attraverso una nota ufficiale della NOAA e ripresa da Scientific American, arriva al termine di un percorso di analisi durato oltre due anni e mezzo. I risultati sono stati formalizzati in un preprint pubblicato su bioRxiv il 21 aprile 2026, con un titolo che tradisce la prudenza accademica: «The Curious Case of the Golden Orb – Relict of Relicanthus daphneae».
La risposta, dopo tante ipotesi fantasiose, è più terrena di quanto i primi osservatori potessero immaginare. La sfera d’oro è il residuo fibroso della base di un grande anemone abissale, la parte con cui l’animale si ancora al substrato roccioso. Non è un uovo di una specie ignota, non è una capsula aliena, non è un organismo di un ramo evolutivo sconosciuto. È semplicemente ciò che resta quando un anemone muore o si sposta dopo aver lasciato sulla roccia il proprio disco di adesione, accumulato in anni di secrezioni sovrapposte. Una scoperta che ha poco a che fare con la fantascienza, ma che racconta quanto ancora sia opaco, ai nostri strumenti di osservazione, il mondo degli abissi.
La scoperta sul fondale del Golfo di Alaska
Tutto comincia il 30 agosto 2023, nell’ambito della spedizione Seascape Alaska 5 condotta dalla nave oceanografica Okeanos Explorer, operata dalla NOAA. La nave stava esplorando un seamount, cioè un rilievo sottomarino di origine vulcanica, in una zona remota del Golfo di Alaska. A bordo, un team di scienziati seguiva in diretta le immagini trasmesse dal veicolo operato da remoto Deep Discoverer, meglio noto con l’acronimo ROV, una macchina telecomandata dotata di telecamere ad alta risoluzione e bracci robotici per la raccolta dei campioni.
Nel punto più inaccessibile della ricognizione, quando il ROV si trovava a circa due miglia sotto la superficie dell’oceano, sul monitor della sala di controllo è apparsa una forma che ha immediatamente attirato l’attenzione di tutti. Un oggetto a cupola, del diametro di circa 10 centimetri, di colore oro lucente, incollato a una roccia in mezzo a un gruppo di spugne dall’aspetto decisamente più familiare. Uno dei ricercatori, in una delle prime reazioni registrate dall’audio di bordo, lo ha descritto come un «cappello giallo». Altri hanno ipotizzato una massa di uova, una spugna anomala, un biofilm microbico. Qualcuno, per scherzo, ha tirato in ballo l’ipotesi aliena. Nessuno, in quel momento, aveva una risposta certa.
L’unica certezza era che si trattava di un oggetto di origine biologica. L’ispezione ravvicinata ha permesso di notare una piccola lacerazione vicino alla base, da cui sembrava fuoriuscire del materiale fibroso. I ricercatori hanno deciso di raccoglierlo utilizzando il braccio meccanico del ROV e di portarlo in superficie per analisi più approfondite. Il campione è stato in seguito consegnato al National Museum of Natural History dello Smithsonian Institution di Washington, dove è stato catalogato con il codice USNM_IZ_1699903 all’interno della collezione di Invertebrate Zoology. Da quel momento è iniziata un’indagine scientifica che ha richiesto competenze diverse e una buona dose di pazienza.
Un caso che ha richiesto più di una disciplina
Il primo a raccontare la complessità del problema è stato Allen Collins, direttore del National Systematics Laboratory di NOAA Fisheries e coautore dello studio. Nelle sue parole, riportate nella nota ufficiale della NOAA, il caso «ha richiesto sforzi mirati e competenze di diversi individui. Si è rivelato un mistero complesso che ha richiesto conoscenze di morfologia, genetica, biologia abissale e bioinformatica». La frase descrive una realtà metodologica precisa: per identificare un organismo sconosciuto non basta osservare al microscopio o sequenziare qualche frammento di DNA. Serve un approccio integrato che combini diverse linee di evidenza, ciascuna capace di escludere alcune ipotesi e rafforzarne altre.
Il gruppo di ricerca ha lavorato in parallelo su due fronti. Da una parte l’analisi morfologica, affidata in particolare a Abigail Reft, ricercatrice del National Systematics Laboratory. Dall’altra l’analisi genetica, che ha coinvolto bioinformatici esperti nel trattamento di dati sequenziati da campioni degradati. Un terzo livello di indagine è stato possibile grazie alla presenza di un secondo campione simile, raccolto nel 2021 dal Schmidt Ocean Institute a bordo della nave Falkor, nelle acque equatoriali profonde. Confrontare due esemplari, pur raccolti in regioni geograficamente distanti, ha offerto agli scienziati la possibilità di cercare costanti strutturali e genetiche comuni.
Le spirocisti e il segreto dei cnidari
La svolta morfologica è arrivata dall’osservazione microscopica del materiale interno della sfera. Al suo interno, il tessuto apparentemente privo di strutture anatomiche riconoscibili si è rivelato ricco di piccole cellule specializzate chiamate cnidociti, comunemente note come cellule urticanti. Si tratta di organi microscopici unici del regno animale, caratteristici di un gruppo ben preciso: quello dei cnidari, che comprende meduse, coralli e anemoni di mare. La presenza di cnidociti all’interno di un materiale così anonimo ha immediatamente orientato l’indagine verso una parentela ben delimitata.
Un’analisi ancora più raffinata ha permesso di identificare il tipo specifico di cnidocita coinvolto. Si trattava di spirocisti, una categoria di cellule urticanti esclusiva di un sottogruppo dei cnidari chiamato Hexacorallia, che include coralli duri, anemoni di mare e alcuni altri ordini minori. Le spirocisti non si trovano nelle meduse né nei coralli molli. La loro presenza era, di fatto, un marcatore tassonomico potente: qualunque fosse l’organismo di cui la sfera era il residuo, apparteneva con elevata probabilità al gruppo degli Hexacorallia. La conferma è arrivata dall’esame del secondo campione, quello del 2021, che ha mostrato la stessa composizione cellulare.
Resta interessante notare come la sola morfologia non sia stata sufficiente a stabilire l’identità della specie. Le cellule osservate indicavano il grande gruppo, ma non la singola specie. Per questo gli scienziati si sono rivolti agli strumenti della genetica molecolare, terreno sul quale la biologia dei decenni recenti ha compiuto progressi enormi rispetto alle tecniche disponibili solo venti anni fa.
Il sequenziamento genetico e la caccia al DNA originale
La prima tecnica tentata è stata il DNA barcoding, una procedura ormai standard in sistematica molecolare. Consiste nel sequenziare una piccola porzione di DNA mitocondriale o nucleare e confrontarla con banche dati di riferimento come GenBank, che contengono sequenze di riferimento di migliaia di specie. L’esito iniziale è stato però deludente. Le sequenze estratte dalla sfera risultavano inquinate da DNA di altri microrganismi che avevano colonizzato il campione nei decenni in cui era rimasto sul fondale. Una contaminazione inevitabile, che rendeva il risultato inconclusivo.
A quel punto il team è passato a una tecnica più potente: il sequenziamento dell’intero genoma, o whole-genome sequencing. A differenza del barcoding, questa metodica produce enormi quantità di dati che coprono l’intera informazione genetica presente nel campione, permettendo di filtrare le sequenze di provenienza microbica e isolare quelle dell’organismo principale. L’analisi ha confermato la presenza di DNA animale e, più specificamente, di materiale genetico compatibile con un grande anemone abissale. Il passo successivo è stato il sequenziamento del genoma mitocondriale, una porzione del patrimonio genetico particolarmente utile per l’identificazione specifica grazie alla sua evoluzione relativamente rapida e alla buona disponibilità di sequenze di riferimento.
Il risultato è stato inequivocabile. Il genoma mitocondriale della sfera e quello del secondo campione erano pressoché identici al genoma di riferimento di Relicanthus daphneae, una specie di anemone abissale nota ma rara. La stessa corrispondenza si è ottenuta con un terzo esemplare di R. daphneae proveniente dall’Oceano Antartico, che gli scienziati avevano nelle collezioni del museo. Tre campioni, tre aree geografiche distanti migliaia di chilometri, uno stesso patrimonio genetico. L’identificazione era conclusa.
Chi è davvero Relicanthus daphneae
La specie identificata ha una storia affascinante. Relicanthus daphneae è stata avvistata per la prima volta negli anni Settanta, ma è stata formalmente descritta e classificata soltanto nel 2006. Si tratta di un anemone di grandi dimensioni che vive in prossimità delle bocche idrotermali e di altri ambienti estremi delle profondità oceaniche. I suoi tentacoli, di colore rosa pallido o viola tenue, possono raggiungere una lunghezza di oltre due metri, una dimensione eccezionale per un animale del suo gruppo.
Il genere Relicanthus è interessante anche dal punto di vista evolutivo. Per anni è stato classificato come membro degli anemoni tradizionali, poi analisi molecolari successive hanno rivelato che si tratta di un ramo isolato all’interno degli Hexacorallia, lontano geneticamente dagli anemoni più noti. Alcune fonti accademiche suggeriscono che Relicanthus rappresenti un lignaggio antico, sopravvissuto in nicchie ecologiche marginali grazie alla sua capacità di adattarsi alle condizioni estreme del fondo oceanico profondo. Il nome stesso, Relicanthus, rimanda all’idea di reliquia, di ciò che resta di un gruppo biologico più ampio.
La sfera d’oro è quindi, paradossalmente, una reliquia di una reliquia. È il residuo di un animale che già rappresenta un lignaggio relitto. Steve Auscavitch, biologo marino dello Smithsonian e parte del team che ha trovato il campione del 2021, ha offerto una spiegazione che aiuta a visualizzare il fenomeno. Gli anemoni si ancorano al substrato secernendo una sostanza adesiva. Questo disco di attacco, che si trova sempre sotto l’animale, è raramente osservabile in condizioni naturali. Quando l’anemone muore o si distacca, il disco resta sulla roccia come un’impronta fossile contemporanea, stratificata e dorata, che riflette la luce dei fari del ROV in modo particolarmente suggestivo.
Una cuticola stratificata nel tempo
Il colore dorato e la struttura a cupola derivano da un accumulo progressivo. Auscavitch ha ipotizzato, nelle dichiarazioni raccolte nella nota ufficiale dello Smithsonian, che l’anemone in questione sia cresciuto sullo stesso punto per un tempo molto lungo, depositando strato dopo strato la propria cuticola adesiva. Quando l’animale è morto o si è spostato in un’altra zona, ha lasciato dietro di sé una struttura fibrosa composta da decenni o forse secoli di accumuli. La lacerazione notata vicino alla base probabilmente segna il punto in cui l’anemone si è staccato dal suo supporto.
Questa interpretazione è coerente con l’osservazione che nelle immagini raccolte dagli stessi ROV si vedono talvolta delle strutture simili sotto individui ancora vivi di Relicanthus daphneae. La sfera d’oro è quindi qualcosa che normalmente resta nascosto alla vista: un elemento anatomico di supporto, mai esposto quando l’animale è vivo e in piena attività, rivelato soltanto quando l’anemone abbandona il proprio posto. La rarità del fenomeno osservato, insieme al colore insolitamente brillante, ha contribuito a trasformare il ritrovamento in un piccolo caso mediatico internazionale.
Il valore della tassonomia integrata
Il lavoro del gruppo NOAA-Smithsonian offre un esempio didattico di cosa significhi fare tassonomia integrata nella biologia marina contemporanea. Per secoli la classificazione degli organismi si basava quasi esclusivamente sui caratteri morfologici. Un animale veniva descritto, misurato, confrontato con altri esemplari simili e assegnato a una specie o a un nuovo taxon in base all’aspetto esterno. Questo approccio ha prodotto risultati straordinari, ma presenta limiti evidenti quando si tratta di campioni degradati, di fasi di vita larvale, di strutture anatomiche atipiche.
Gli strumenti molecolari introdotti negli ultimi trent’anni hanno aggiunto un nuovo livello di analisi. Il DNA permette di stabilire parentele invisibili alla vista, di identificare specie criptiche nascoste sotto morfologie identiche, di ricostruire la storia evolutiva di gruppi biologici complessi. Quando morfologia e genetica vengono usate insieme, il risultato è molto più robusto di qualunque approccio separato. La sfera d’oro è un caso perfetto: senza la genetica non sarebbe stato possibile collegarla a Relicanthus daphneae; senza la morfologia non si sarebbe capito di cosa si trattasse fisicamente, cioè di una cuticola di base e non di un organismo intero.
Questo approccio è ormai lo standard nei principali centri di ricerca in sistematica. Il Linnean Learned Society, le revisioni tassonomiche pubblicate sulle principali riviste del settore, i musei di storia naturale come lo Smithsonian, il Natural History Museum di Londra e il Museum d’Histoire Naturelle di Parigi applicano procedure simili a qualsiasi campione enigmatico. La sfida del prossimo decennio riguarda l’estensione di queste tecniche alle enormi collezioni museali accumulate nel corso di secoli, contenenti milioni di esemplari mai studiati con gli strumenti molecolari odierni.
Un invito a guardare le collezioni con occhi nuovi
Auscavitch ha colto l’occasione per sottolineare questo aspetto. Nelle collezioni dei musei e dei centri di ricerca sono conservati migliaia di campioni mai sequenziati, raccolti in spedizioni precedenti e archiviati in attesa di analisi. «Essere in grado di fare lo stesso tipo di analisi su tutte quelle migliaia di cose rivelerebbe probabilmente altre scoperte come questa», ha osservato il ricercatore. La sfera d’oro potrebbe essere soltanto il primo di una serie di enigmi risolti grazie a un ritorno alle collezioni storiche con strumenti contemporanei.
Gli investimenti necessari per questa operazione sono significativi ma gestibili. Il costo del sequenziamento genomico è crollato nell’ultimo decennio: analisi che quindici anni fa richiedevano cifre a sei zeri oggi sono accessibili con budget molto più contenuti. La limitazione non è tanto economica quanto di forza lavoro qualificata. Ogni campione richiede tempo di preparazione, analisi, interpretazione, validazione incrociata. La formazione di giovani tassonomi capaci di integrare competenze classiche e molecolari rappresenta una priorità strategica per la ricerca sulla biodiversità.
L’oceano profondo, questa grande terra inesplorata
Il caso della sfera d’oro offre anche uno spunto di riflessione più generale sulla conoscenza che abbiamo del nostro pianeta. Gli oceani coprono circa il 71% della superficie terrestre e contengono il 95% dello spazio abitabile disponibile agli organismi viventi. La profondità media dei bacini oceanici è di circa 3.700 metri. Le zone abissali, che iniziano intorno ai 4.000 metri, restano largamente inesplorate. Si stima che l’80% del fondale oceanico non sia ancora stato cartografato con il dettaglio disponibile per Marte o per la Luna.
Ogni spedizione in queste aree restituisce tipicamente campioni di specie mai descritte. William Mowitt, direttore ad interim di NOAA Ocean Exploration, ha ricordato nel comunicato ufficiale che le tecniche di esplorazione moderna, unite al sequenziamento del DNA, consentono di risolvere un numero crescente di questi enigmi. «È per questo che continuiamo a esplorare: per svelare i segreti delle profondità e capire meglio come l’oceano e le sue risorse possano sostenere crescita economica, sicurezza nazionale e la salute del pianeta», ha dichiarato il dirigente.
L’Okeanos Explorer, nave specializzata nella telepresenza scientifica, rappresenta una delle principali piattaforme statunitensi per questo tipo di lavoro. Le sue trasmissioni in diretta permettono a scienziati di tutto il mondo di collaborare in tempo reale durante le immersioni dei ROV, condividendo conoscenze e ipotesi mentre le telecamere attraversano ambienti a cui non possono accedere fisicamente. Questo modello di ricerca distribuita, reso possibile dalle connessioni satellitari ad alta velocità, costituisce un pilastro della ricerca oceanografica contemporanea.
Il passo successivo della ricerca
Mowitt ha anticipato che l’Okeanos Explorer completerà una fase di test delle proprie tecnologie di mappatura e dei nuovi ROV nelle acque a sud delle isole Hawaii, in preparazione a un’estesa campagna di esplorazione del Pacifico meridionale programmata per la stagione di ricerca 2026. Le aree interessate includeranno zone di dorsale medio-oceanica, catene di seamount finora poco studiate, bacini di faglie profonde. Ogni sito potenzialmente ospita nuove specie, nuove dinamiche ecologiche, nuovi enigmi biologici simili alla sfera d’oro.
Sul fronte della ricerca specifica su Relicanthus, restano diverse domande aperte. Gli scienziati vogliono capire meglio come l’anemone produce la cuticola adesiva, quali siano le sue proprietà chimiche, se il materiale possa avere applicazioni tecnologiche, per esempio nello sviluppo di biomateriali adesivi in ambienti marini. Anche la distribuzione geografica della specie è ancora poco caratterizzata. I tre campioni analizzati provengono dal Golfo di Alaska, dall’Antartico e dalle acque equatoriali profonde, un’estensione geografica notevole che suggerisce una presenza globale negli ambienti abissali, non ancora documentata in modo sistematico.
Dalla sorpresa alla conoscenza
La vicenda della sfera d’oro racconta, a suo modo, il mestiere dello scienziato contemporaneo. Inizia con un’osservazione inattesa, una forma strana sul monitor di una sala di controllo, un gruppo di ricercatori che si chiedono cosa stiano guardando. Prosegue con l’accettazione dell’ignoto, la raccolta metodica del campione, il trasferimento al laboratorio, il lavoro paziente di analisi multiple. Si conclude, dopo due anni e mezzo, con una risposta che non è spettacolare come le ipotesi iniziali ma che illumina aspetti della biologia abissale precedentemente oscuri.
Non è la risposta che cattura l’immaginazione. È il processo. La possibilità di trasformare un oggetto apparentemente alieno in un tassello coerente della conoscenza scientifica, attraverso strumenti morfologici, genetici e bioinformatici integrati fra loro. La sfera d’oro non contiene risposte a domande esistenziali sull’origine della vita, ma conferma qualcosa di più sottile e altrettanto importante: che il nostro pianeta ospita ancora enormi riserve di diversità biologica in attesa di essere comprese, e che gli strumenti per farlo stanno diventando ogni anno più potenti.
Per i bambini che hanno visto le immagini dell’oggetto dorato nel 2023 e hanno pensato agli alieni, la spiegazione di un anemone di mare potrebbe sembrare un ripiego. Per chi conosce un po’ la biologia degli abissi, è invece una piccola meraviglia. Un organismo appartenente a un lignaggio relitto, capace di vivere in condizioni estreme, che per anni ha depositato strato dopo strato la propria cuticola adesiva su una roccia del Golfo di Alaska, finché un ROV telecomandato non ha acceso le sue luci su quel punto specifico del fondale. Di enigmi come questo, negli oceani del mondo, ce ne sono probabilmente milioni. Alcuni troveranno una risposta, altri no. La ricerca prosegue.
