Pesce liocorno sulle spiagge messinesi: biologia, habitat e rarità di un fantasma degli abissi
Il 4 marzo 2026 un esemplare di pesce liocorno (Lophotus lacepede, Giorna 1809) è stato trovato spiaggiato in perfette condizioni sul litorale tirrenico messinese, nella zona del Lido Spiagge d’Oro.
Il ritrovamento è il secondo in poche settimane nelle acque siciliane, dopo quello di febbraio a Milazzo, e conferma lo Stretto di Messina come uno dei punti di emersione più documentati al mondo per i Lampriformi mesopelagici nel Mediterraneo.
Il ritrovamento: segnalazione, intervento e trasferimento in laboratorio
La segnalazione è arrivata da alcuni pescatori sportivi che avevano notato l’animale arenato lungo il litorale tirrenico di Messina. A intervenire sul posto sono stati il professore Gioele Capillo e il dottor Claudio Gervasi del Dipartimento di Scienze Chimiche, Biologiche, Farmaceutiche e Ambientali (ChiBioFarAm) dell’Università degli Studi di Messina, entrambi componenti del team di ricerca LabStREAM (Laboratorio per lo Studio, la Ricerca e l’Esplorazione dell’Ambiente Marino), coordinato dalla professoressa Nunziacarla Spanò.
L’esemplare si trovava in condizioni eccezionalmente integre, una circostanza rara per uno spiaggiamento, che ha permesso al team di raccogliere dati di qualità ottimale. L’animale è stato trasportato presso il Laboratorio di Biologia Marina “Emilio De Domenico” dell’Università di Messina per una serie di analisi programmate: analisi meristiche (conteggio delle strutture anatomiche seriali come le vertebre e i raggi delle pinne), morfometriche (misurazione sistematica delle proporzioni corporee) e trofiche (analisi del contenuto stomacale per determinare la dieta dell’individuo). Parallelamente sono stati prelevati campioni biologici destinati agli studi molecolari e genetici sulla specie, un passaggio di particolare importanza data la scarsità di materiale genetico disponibile in letteratura per Lophotus lacepede.
Tassonomia e posizione sistematica
Lophotus lacepede (Giorna, 1809) è un pesce osseo appartenente all’ordine Lampriformes, un gruppo di teleostei marini caratterizzati da morfologie molto particolari e da adattamenti estremi alla vita in acque profonde. All’interno dei Lampriformes, L. lacepede è classificato nella famiglia Lophotidae (famiglia dei crestfish, o pesci cresta), che comprende due generi: Eumecichthys, monospecifico, e Lophotus, con quattro specie riconosciute (L. lacepede, L. capellei, L. guntheri e una quarta specie). La tassonomia del genere Lophotus è considerata ancora incerta: revisioni molecolari sistematiche restano necessarie per chiarire i rapporti filogenetici tra le specie del gruppo.
Il nome comune italiano “pesce liocorno” deriva dalla caratteristica struttura cefalica più distintiva della specie: una protuberanza ossea prominente sul capo che si estende in avanti rispetto alla mascella, evocando il corno del liocorno della tradizione mitologica europea. Il termine “liocorno” è appunto l’antico equivalente italiano di “unicorno”. In inglese la specie è nota come crested oarfish (pesce remo crestato), in riferimento sia alla cresta cefalica che alla forma nastriforme del corpo.
L’ordine Lampriformes è rappresentato nel Mediterraneo da quattro famiglie: Lampridae (Lampris guttatus, il pesce opah), Lophotidae (Lophotus lacepede), Regalecidae (Regalecus glesne, il pesce remo gigante) e Trachipteridae (Trachipterus arcticus, T. trachypterus e Zu cristatus). Tutte queste specie sono considerate rare nel bacino mediterraneo e le segnalazioni accertate sono numericamente molto limitate.
Morfologia: corpo nastriforme, cresta cefalica e ghiandola dell’inchiostro
Lophotus lacepede è un pesce dalla morfologia altamente specializzata. Il corpo è fortemente compresso lateralmente e nastriforme, con una lunghezza che nella letteratura scientifica è riportata fino a circa 200 cm, per una lunghezza comune intorno ai 100 cm. Il corpo è privo di scaglie, ad eccezione di quelle della linea laterale, che presentano la morfologia tubolare caratteristica di diversi Lampriformi. La colorazione è blu-grigia sul dorso, che sfuma in argento sui fianchi, con riflessi argentei a macchie irregolari.
La pinna dorsale è lunghissima, si estende per quasi tutta la lunghezza del corpo, è di colore rossastro e costituisce uno degli elementi di identificazione più immediati della specie. I raggi dorsali morbidi oscillano tra 206 e 263, un numero eccezionalmente elevato che riflette la morfologia nastriforme dell’animale. Le pinne pelviche sono ridotte o assenti in alcuni esemplari, mentre la pinna caudale è piccola e poco sviluppata.
Gli occhi sono particolarmente grandi in proporzione alla testa, un adattamento evolutivo alla vita in acque profonde dove la luce è scarsa: nella zona mesopelagica, tra i 200 e i 1.000 metri di profondità, la luce solare residua è estremamente attenuata, e occhi di grandi dimensioni permettono di massimizzare la captazione dei pochi fotoni disponibili. I denti sono conici e irregolari, disposti su più file sulla mascella e sul vomere, adatti alla cattura di prede scivolose come i calamari.
Una delle caratteristiche più sorprendenti di L. lacepede è la presenza di una ghiandola dell’inchiostro, struttura analoga a quella dei cefalopodi, localizzata in una sacca tubolare nella regione intestinale posteriore, con apertura in prossimità della cloaca. Quando l’animale si sente minacciato, può espellere con forza un liquido scuro per disorientare i predatori, un meccanismo difensivo chimico-visivo raro tra i pesci ossei. Anche l’esemplare spiaggiato a Milazzo poche settimane prima, a febbraio 2026, aveva emesso un copioso getto di questo fluido durante il contatto con i soccorritori. Secondo FishBase, la fonte tassonomica di riferimento internazionale, la specie è descrita come “capable of discharging a black ink from an ink-sac in the cloaca when alarmed“.
Habitat: la zona mesopelagica e il comportamento in profondità
Lophotus lacepede è una specie mesopelagica oceanodroma, ovvero vive abitualmente nella colonna d’acqua aperta a profondità intermedie, comprese tra circa 200 e 1.000 metri, nella fascia denominata zona mesopelagica o zona crepuscolare. A queste profondità, la pressione idrostatica è compresa tra 20 e 100 atmosfere, la temperatura dell’acqua scende progressivamente verso i 4-10°C, e la luce solare non è sufficiente per la fotosintesi ma è ancora parzialmente presente nelle ore diurne.
La zona mesopelagica ospita una biomassa animale enorme ma ancora largamente sconosciuta: si stima che la biomassa ittica mesopelagica globale superi di più ordini di grandezza quella dei pesci commerciali di superficie, ma la difficoltà di campionarla con metodi convenzionali ha mantenuto queste specie ai margini della ricerca oceanografica fino a tempi recenti. L. lacepede appartiene a questa categoria di specie “invisibili” per la maggior parte dei metodi di monitoraggio marino standard.
Gli adulti si nutrono principalmente di acciughe e altri piccoli pesci e di cefalopodi (calamari), come documentato dall’analisi del contenuto stomacale di esemplari catturati accidentalmente. Significativamente, la specie è stata ritrovata anche in contenuti stomacali di tonni, a indicare che L. lacepede è a sua volta predato da grandi pelagici di superficie che evidentemente si avventurano in profondità o intercettano esemplari in risalita notturna. La riproduzione è ovipara con uova e larve planctoniche.
Distribuzione globale e segnalazioni nel Mediterraneo
Lophotus lacepede ha una distribuzione quasi cosmopolita nelle acque marine calde e temperate calde. Nell’Atlantico occidentale è documentata dalla Florida al Brasile; nell’Atlantico orientale è presente nel Mediterraneo occidentale, al largo del Portogallo, di Madeira e delle Isole Canarie, e presso le coste del Sudafrica. È segnalata anche nell’Oceano Indiano occidentale, nell’Oceano Pacifico orientale (California meridionale) e in Australia. Secondo FishBase, il range latitudinale si estende tra 51°N e 45°S.
Nel Mediterraneo, le segnalazioni accertate sono storicamente concentrate nel bacino occidentale, con una frequenza di ritrovamento generalmente più alta rispetto al Mediterraneo orientale, verosimilmente per la maggiore intensità di campionamento e pesca nelle acque occidentali piuttosto che per una reale differenza di distribuzione. Segnalazioni significative storiche provengono dalle coste tirreniche italiane, dalla Sicilia e dallo Stretto di Messina, dalla costa croata dell’Adriatico, dalla costa algerina, dal mar Egeo (Grecia e Turchia) e dalla Sicilia stessa. Una revisione sistematica delle segnalazioni mediterranee, condotta da Falsone et al. nel 2017, ha documentato la presenza della specie nel Tirreno sudoccidentale, mentre studi su popolazioni greche suggeriscono che la specie potrebbe essere più comune di quanto storicamente ipotizzato, con una frequenza di avvistamento stagionalmente concentrata nei mesi estivi nelle acque orientali.
La prima segnalazione storica accertata per lo Stretto di Messina risale al 1980, quando Guiffre, Gugliotta e Nicotra pubblicarono una nota su un esemplare spiaggiato sulla costa siciliana dello Stretto, negli Atti della Accademia Peloritana dei Pericolanti. La letteratura successiva ha aggiunto sporadiche segnalazioni per l’area, consolidando lo Stretto come uno dei punti di emersione più noti per la specie nell’intero bacino mediterraneo.
Lo Stretto di Messina come hotspot di biodiversità mesopelagica
La concentrazione di ritrovamenti di Lampriformi e altre specie mesopelagiche profonde nell’area dello Stretto di Messina e delle sue immediate vicinanze non è casuale. Lo Stretto ha caratteristiche idrodinamiche eccezionali che lo rendono, come già notavano i naturalisti dell’Ottocento, un ambiente di eccezionale ricchezza biologica. Il naturalista tedesco Anton Dohrn, fondatore della Stazione Zoologica di Napoli e tra i padri della biologia marina moderna, definì lo Stretto di Messina il “Paradiso degli zoologi” a fine Ottocento, sottolineando come la straordinaria concentrazione e varietà di fauna marina fosse ineguagliata nel Mediterraneo.
Le ragioni fisiche di questo primato sono legate all’idrodinamica dello Stretto. La strozzatura del canale, larga solo 3,2 km nel punto più stretto tra Messina e Reggio Calabria, costringe le acque del Tirreno e dello Ionio a interagire attraverso un sistema di correnti di marea molto intense, con velocità che possono superare i 3 nodi. Queste correnti, combinate con la morfologia del fondale (che raggiunge i 250 metri di profondità nello Stretto e degrada rapidamente verso bacini molto più profondi sia a nord che a sud), generano upwelling localizzati, ovvero risalite di acque profonde verso la superficie, che trasportano verso l’alto nutrienti, plancton e, occasionalmente, organismi mesopelagici che normalmente non si avvicinano alle acque superficiali.
Questo meccanismo spiega perché lo Stretto di Messina sia uno dei pochi luoghi nel Mediterraneo dove organismi degli abissi, dai cefalopodi giganti ai pesci Lampriformi, vengano segnalati con una certa regolarità rispetto ad altre aree costiere. I ritrovamenti di L. lacepede nella zona sono quindi da interpretare non come eventi eccezionali legati a comportamenti anomali degli individui, ma come manifestazioni di un processo idrodinamico strutturale che facilita l’emersione di fauna profonda.
Lo stato di conservazione: “Carente di Dati” nella Lista Rossa IUCN
Nella Lista Rossa IUCN (International Union for Conservation of Nature), Lophotus lacepede è classificata nella categoria DD (Data Deficient, Carente di Dati). Questa classificazione non significa che la specie sia rara o minacciata in modo certo, ma che le informazioni disponibili sulla consistenza delle popolazioni, sulla struttura demografica, sui trend temporali e sulla distribuzione reale sono insufficienti per valutarne lo stato di conservazione con i criteri standard dell’IUCN.
Come specificato nelle schede IUCN per le popolazioni italiane, sono note pochissime segnalazioni per l’Italia, e “non si hanno dati sulla consistenza e la tendenza delle popolazioni nelle acque italiane”. La difficoltà di raccogliere questi dati è strutturale: vivendo a profondità tra 200 e 1.000 metri, L. lacepede non è accessibile ai metodi di monitoraggio standard come le transetti visivi subacquee o il campionamento con reti a strascico superficiale. Le sole fonti di informazione sistematica sono le catture accidentali delle reti a palangaro profondo e gli spiaggiamenti sporadici come quello di Messina.
La scarsità di dati biologici rende ogni nuovo ritrovamento con esemplare integro particolarmente prezioso per la scienza. I campioni prelevati dal team LabStREAM per gli studi molecolari e genetici potranno contribuire a costruire un database genetico della specie nel Mediterraneo, ancora quasi inesistente, aprendo la strada a future analisi filogeografiche che chiariscano la struttura delle popolazioni e i flussi genici tra il Mediterraneo e l’Atlantico.
Il secondo spiaggiamento in Sicilia in poche settimane: un pattern o una coincidenza?
Il ritrovamento del 4 marzo 2026 a Messina è avvenuto a meno di un mese da un analogo spiaggiamento registrato il 12 febbraio 2026 sulla spiaggia del Circolo del Tennis e della Vela di Milazzo, sempre in provincia di Messina. In quel caso, l’animale era stato trovato ancora vivo dal biologo marino Carmelo Isgrò, direttore del MuMa (Museo del Mare di Milazzo), che aveva tentato inutilmente di riportarlo in acqua. Quell’esemplare era stato poi trasferito alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Messina per le analisi, e successivamente preparato per essere musealizzato sia al MuMa che al Museo della Fauna dell’Università degli Studi di Messina.
Due spiaggiamenti in meno di un mese nella stessa area geografica costituiscono un dato insolito anche per un hotspot come lo Stretto di Messina. La letteratura scientifica sulla specie non permette di stabilire se si tratti di una coincidenza statistica, di un effetto delle condizioni meteo-marine di quel periodo specifico (correnti, temperature, eventi di upwelling anomali), o di un aumento reale della frequenza di contatto tra la specie e le acque costiere. Rispondere a questa domanda richiede serie temporali di dati sistematici di cui attualmente non si dispone per il Mediterraneo.
Le analisi in corso e il contributo alla conoscenza della specie
Le analisi meristiche condotte in laboratorio su questo tipo di esemplare prevedono il conteggio sistematico delle strutture ossee seriali: vertebre, raggi delle pinne dorsale e anale, scaglie della linea laterale. Questi dati, confrontati con quelli di altri esemplari della specie provenienti da diverse aree geografiche, contribuiscono a definire la variabilità morfologica intraspecifica e a verificare se gli esemplari mediterranei presentino caratteristiche meristiche distinte rispetto a quelli atlantici o di altri bacini.
Le analisi morfometriche producono misurazioni standardizzate di lunghezza totale, lunghezza standard, lunghezze parziali dei segmenti corporei e dimensioni degli elementi anatomici chiave (diametro orbitale, lunghezza della cresta cefalica, altezza del corpo). Queste misurazioni permettono di costruire profili di forma che possono rivelare differenze tra individui di diverse classi d’età o popolazioni geografiche diverse.
Le analisi trofiche attraverso l’esame del contenuto stomacale consentono di documentare direttamente la dieta dell’esemplare nelle settimane precedenti lo spiaggiamento, aggiungendo dati a un dataset ancora molto limitato sull’ecologia alimentare della specie nel Mediterraneo. I dati disponibili in letteratura indicano una dieta prevalentemente a base di acciughe e calamari, ma le variazioni stagionali e geografiche di questa dieta sono praticamente sconosciute.
Le analisi molecolari e genetiche, infine, potranno produrre sequenze del DNA mitocondriale e nucleare dell’individuo, da confrontare con le poche sequenze già disponibili in banche dati internazionali come GenBank. La costruzione di un database genetico rappresenta la base per future analisi filogeografiche che chiariscano l’origine degli esemplari mediterranei e i loro rapporti con le popolazioni atlantiche.
Fonti: ANSA Canale Scienza, 11 marzo 2026 | Università degli Studi di Messina, comunicato LabStREAM, marzo 2026 | Falsone F. et al. (2017), Occurrence of two rare species from order Lampriformes, Acta Adriat 58(1) | Naasan Aga Spyridopoulou R. et al. (2020), On the presence of Lophotus lacepede in the Greek waters, Journal of the Black Sea/Mediterranean Environment | FishBase, scheda Lophotus lacepede | PMC / Review Distribution of the Order Lampriformes in the Mediterranean Sea (2022) | Gazzetta del Sud, febbraio 2026 | Fanpage.it, febbraio 2026
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**5 proposte di titolo:**
1. **Lophotus lacepede a Messina: il secondo pesce liocorno spiaggiato in Sicilia in un mese**
2. **Pesce liocorno sulle spiagge messinesi: biologia, habitat e rarità di un fantasma degli abissi**
3. **Spiaggiamento di Lophotus lacepede nello Stretto di Messina: cosa sappiamo del pesce liocorno**
4. **Il “Paradiso degli zoologi” colpisce ancora: pesce liocorno trovato sul litorale tirrenico di Messina**
5. **Dagli abissi alla riva: il ritrovamento del pesce liocorno a Messina e la biologia dei Lampriformi mediterranei**
