Curiosità

A-23A, il mega-iceberg antartico ha alimentato un’esplosione di fitoplancton nell’Atlantico meridionale

La disintegrazione dell’iceberg A-23A, uno dei più grandi mai registrati, ha innescato nell’Atlantico del Sud una massiccia fioritura di fitoplancton rilevata dai satelliti NASA. Il fenomeno, documentato a gennaio 2026, offre una finestra privilegiata sui meccanismi con cui il ghiaccio antartico, sciogliendosi, fertilizza l’oceano e alimenta la pompa biologica del carbonio.

Quarant’anni di storia glaciale: chi era A-23A

L’iceberg A-23A non era un iceberg qualunque. Distaccatosi dalla piattaforma glaciale antartica oltre quarant’anni fa, aveva trascorso decenni incagliato sul fondale del Mare di Weddell, una delle regioni oceaniche più remote e meno esplorate del pianeta. Solo in seguito aveva ripreso a muoversi, intraprendendo una deriva verso nord che lo aveva portato a ruotare per mesi all’interno di un vortice oceanico e, nel 2025, a sfiorare un’isola nell’Atlantico del Sud.

Con una superficie che lo collocava nella categoria dei cosiddetti “megaberg”, A-23A aveva mantenuto per decenni una struttura tabulare compatta, caratteristica degli iceberg che si staccano dalle piattaforme glaciali (ice shelf) e non dai ghiacciai che scorrono direttamente in mare. La forma piatta e regolare, tipica di questo tipo di origine, era ancora riconoscibile nelle immagini satellitari acquisite nelle settimane precedenti alla frammentazione definitiva.

Il 9 gennaio 2026 l’iceberg si è spezzato in più frammenti. Nel giro di poche settimane, i pezzi maggiori hanno cominciato a derivare verso nordovest per poi virare verso nordest, trascinandosi dietro un campo di detriti composto da ghiaccio tritato (brash ice), iceberg minori e frammenti di dimensioni intermedie, noti come bergy bits. Tutto questo mentre le acque relativamente calde dell’Atlantico del Sud acceleravano la fusione superficiale e sotterranea dei blocchi residui.

Le immagini satellitari e gli strumenti di rilevamento

Il 25 gennaio 2026 il satellite Suomi NPP ha acquisito un’immagine nel visibile e nell’infrarosso attraverso il sensore VIIRS (Visible Infrared Imaging Radiometer Suite), mostrando la morfologia dei frammenti principali con dettaglio sufficiente a distinguere i canali e le pozze di acqua di fusione (melt pools) sulle superfici dei blocchi di ghiaccio. Visibili anche le striature lineari impresse nel ghiaccio quando, secoli fa, era parte di un ghiacciaio che scorreva sul substrato roccioso antartico, e macchie scure attribuite alla presenza di crioconitico, un deposito polveroso di origine eolica che si accumula sulle superfici glaciali.

Nella stessa data, il satellite PACE (Plankton, Aerosol, Cloud, Ocean Ecosystem) della NASA ha rilevato, attraverso il suo strumento OCI (Ocean Color Instrument), pennacchi di clorofilla-a distribuiti attorno ai frammenti residui e al campo di detriti. La clorofilla-a è il pigmento fotosintetico per eccellenza negli organismi autotrofi acquatici e viene utilizzata dai ricercatori come indicatore proxy della biomassa fitoplanctonica nelle acque superficiali.

Il satellite Landsat 8, attraverso il sensore OLI (Operational Land Imager), ha completato il quadro con immagini ad alta risoluzione che mostravano le pozze di meltwater di colore azzurro intenso accumulate sulle superfici dei frammenti maggiori, a conferma di un processo di fusione superficiale attivo e diffuso.

Perché un iceberg che si scioglie fertilizza l’oceano

Il legame tra la disintegrazione di A-23A e la fioritura fitoplanctonica non è casuale né immediato da spiegare: dipende da una combinazione di fattori fisici, chimici e biologici che operano simultaneamente su scale spaziali e temporali diverse.

Il fitoplancton, come ogni organismo fotosintetico, ha bisogno di luce e di nutrienti per crescere. Nell’Atlantico del Sud, entrambi i fattori possono risultare limitanti anche in estate australe. Heidi Dierssen, oceanografa dell’Università del Connecticut, ha spiegato che i venti intensi e la turbolenza tipici di queste latitudini rimescolano continuamente la colonna d’acqua, spingendo spesso i microrganismi fotosintetici al di sotto della zona eufotica, cioè lo strato superficiale in cui la luce solare è sufficiente a sostenere la fotosintesi.

Il meltwater prodotto da un iceberg che si scioglie altera questo equilibrio in due modi distinti. In primo luogo, essendo meno denso dell’acqua marina per via della sua minore salinità, tende a formare uno strato superficiale stabile che riduce il rimescolamento verticale e mantiene il fitoplancton nella zona illuminata per periodi più lunghi. In secondo luogo, il meltwater glaciale trasporta con sé ferro in forma biodisponibile, un micronutriente essenziale per il metabolismo del fitoplancton che in questa porzione di Atlantico del Sud è cronicamente scarso.

Non si tratta solo di ferro. La ricerca scientifica degli ultimi anni ha documentato che gli iceberg accumulano durante la loro formazione e il loro trasporto quantità significative di manganese e di macronutrienti come nitrati e fosfati. Questi composti si depositano sul ghiaccio attraverso due vie principali: la polvere trasportata dal vento durante le fasi in cui l’ice shelf era ancora ancorata al continente, e il contatto diretto tra il ghiaccio e il substrato roccioso o il suolo durante lo scorrimento glaciale. Entrambi i processi arricchiscono il ghiaccio di elementi che, una volta rilasciati nell’oceano attraverso la fusione, diventano disponibili per gli organismi marini.

Il fitoplancton rilevato da PACE: picoeucarioti e cianobatteri

L’analisi dei dati iperspettrali forniti da PACE ha permesso di andare oltre la semplice mappatura della clorofilla, identificando le comunità di fitoplancton presenti nelle acque attorno ad A-23A. Ivona Cetinić, ricercatrice del team scientifico PACE della NASA, ha consultato MOANA (Multiple Ordination ANAlysis), uno strumento che sfrutta le osservazioni iperspettrali del colore dell’oceano per caratterizzare i gruppi funzionali del fitoplancton.

I risultati hanno indicato la presenza predominante di fitoplancton picoeucariotico, cioè organismi eucariotici di dimensioni microscopiche (generalmente tra 0,2 e 2 micrometri) capaci di rispondere rapidamente alle variazioni di temperatura e disponibilità di nutrienti. Questa categoria di microrganismi è particolarmente efficiente nel colonizzare rapidamente le acque appena arricchite di nutrienti, il che spiegherebbe la loro abbondanza nelle zone di recente rilascio di meltwater.

Nelle spirali d’acqua a ovest del megaberg, MOANA ha invece rilevato la presenza di Synechococcus, un genere di cianobatteri di dimensioni leggermente superiori ai picoeucarioti ma comunque appartenenti alla categoria del picofitoplancton. I cianobatteri di questo genere sono tra gli organismi fotosintetici più diffusi negli oceani tropicali e subtropicali, ma la loro presenza in queste latitudini australi è degna di nota e potrebbe essere correlata alle condizioni di stratificazione create dal meltwater.

Il team PACE sta attualmente sviluppando strumenti aggiuntivi per identificare le comunità di fitoplancton di dimensioni maggiori, molto probabilmente presenti in queste acque ma non ancora rilevabili con i metodi attualmente operativi.

La concentrazione della fioritura vicino ai frammenti minori

Grant Bigg, oceanografo emerito dell’Università di Sheffield con una lunga esperienza nello studio dell’impatto degli iceberg sull’ecosistema del Sud Atlantico, ha sottolineato un dettaglio significativo nella distribuzione spaziale della fioritura: il segnale di clorofilla risultava più concentrato in prossimità dei frammenti di dimensioni minori piuttosto che attorno ai blocchi principali.

L’interpretazione più immediata è che i frammenti più piccoli, avendo un rapporto superficie/volume maggiore e trovandosi in acque relativamente più calde, si stessero sciogliendo a una velocità superiore rispetto ai blocchi principali, rilasciando nutrienti in soluzione a un tasso più elevato per unità di tempo.

Dierssen ha aggiunto però un’importante precisazione metodologica: gli algoritmi utilizzati per calcolare le concentrazioni di clorofilla dai dati ottici potrebbero sottostimare i valori nelle immediate vicinanze dei blocchi di ghiaccio più grandi a causa degli “effetti di adiacenza” (adjacency effects). Questo fenomeno si verifica quando la luce riflessa da superfici molto chiare, come la superficie di un iceberg, contamina il segnale ottico proveniente dalle acque circostanti, inducendo il software di elaborazione a sovracorreggere verso il basso la stima della clorofilla. In altre parole, la fioritura attorno ai frammenti maggiori potrebbe essere più intensa di quanto le mappe satellitari attuali suggeriscano.

La pompa biologica del carbonio e il ruolo degli iceberg nell’oceano australe

Il fitoplancton non è solo la base della rete trofica marina: è anche uno dei meccanismi principali attraverso cui il carbonio atmosferico viene trasferito nelle profondità oceaniche, sottratto al ciclo del carbonio a breve termine. Questo processo, noto come pompa biologica del carbonio, funziona attraverso la fotosintesi (che fissa la CO₂ in biomassa organica) e la successiva sedimentazione di una frazione di questa biomassa verso il fondo oceanico, dove il carbonio può rimanere sequestrato per secoli o millenni.

Alcune ricerche indicano che gli iceberg potrebbero aver contribuito in modo significativo alle fioriture fitoplanctiche dell’oceano australe negli ultimi anni, con stime che attribuiscono a questo meccanismo fino a un quinto del sequestro totale di carbonio dell’Oceano Meridionale. Altri studi hanno documentato che le acque al traino degli iceberg presentano una probabilità circa un terzo superiore rispetto alle acque di fondo di contenere quantità elevate di fitoplancton.

Se questi numeri fossero confermati su larga scala, implicherebbe che la presenza o l’assenza di grandi iceberg nell’Oceano Meridionale non è irrilevante ai fini del bilancio globale del carbonio. In un contesto di accelerazione del ritiro dei ghiacci antartici, capire se la maggiore frequenza di eventi di calving possa compensare parzialmente, dal punto di vista geochimico, la perdita di massa glaciale diventa una domanda scientifica di primo piano.

La durata dell’effetto: tracce che persistono per centinaia di chilometri

Uno degli aspetti più rilevanti documentati dalla letteratura scientifica sugli iceberg è la persistenza temporale e spaziale del loro effetto sulla produttività fitoplanctonica. Le ricerche pregresse indicano che le concentrazioni elevate di clorofilla possono mantenersi per oltre un mese dopo il passaggio di un iceberg, in scie che si estendono per centinaia di chilometri a valle della traiettoria percorsa.

Per A-23A, la domanda rimane aperta: quanto a lungo la sua disintegrazione continuerà ad alimentare la produttività biologica delle acque circostanti? Al 3 marzo 2026, il megaberg si trovava ancora appena al di sopra della soglia dimensionale richiesta dallo U.S. National Ice Center per la denominazione e il tracciamento ufficiale degli iceberg, il che significa che il processo di fusione era avanzato ma non ancora concluso. I ricercatori NASA monitoravano ancora a quella data una perdita di massa progressiva in febbraio.

Le fioriture associate agli iceberg non attraggono solo fitoplancton: documentano anche una concentrazione di organismi di livelli trofici superiori. Pesci, uccelli marini e altre forme di vita marina tendono a gravitare attorno agli iceberg e alle aree di alta produttività primaria ad essi associate, confermando che il ruolo ecologico di questi blocchi di ghiaccio si estende ben oltre la semplice presenza fisica nell’oceano.

Strumenti di nuova generazione per studiare l’oceano dal satellite

Il caso di A-23A ha rappresentato anche un’opportunità eccezionale per testare le capacità operative del satellite PACE, lanciato dalla NASA nel febbraio 2024. A differenza dei suoi predecessori, PACE è equipaggiato con il sensore OCI, uno spettrometro iperspettrale in grado di misurare la radianza dell’oceano su centinaia di lunghezze d’onda nel visibile e nell’ultravioletto vicino, con una risoluzione spettrale molto superiore rispetto ai radiometri multispettrali tradizionali come MODIS o VIIRS.

Questa capacità iperspettrale è la premessa tecnologica che rende possibili strumenti come MOANA: anziché misurare la riflettanza dell’oceano in pochi canali discreti, OCI acquisisce un’impronta spettrale continua che contiene informazioni sull’assorbimento e sulla diffusione della luce da parte dei diversi pigmenti fotosintetici, delle particelle organiche e inorganiche in sospensione, e della sostanza organica disciolta. Dall’analisi di queste impronte spettrali, algoritmi di inversione sempre più sofisticati permettono di risalire alla composizione delle comunità fitoplanctoniche con una granularità tassonomica crescente.

Il caso A-23A dimostra che la combinazione di più piattaforme satellitari (Suomi NPP per il contesto visivo, PACE per la biogeochimica ottica, Landsat 8 per il dettaglio morfologico) permette di ricostruire la storia di un evento oceanografico con una completezza che sarebbe impossibile da raggiungere con qualsiasi singolo strumento. È questo approccio multi-sensore e multi-risoluzione che sta ridefinendo le possibilità della oceanografia satellitare come disciplina scientifica.

Fonti

  • NASA Earth Observatory, Ailing “Megaberg” Sparks Surge of Microscopic Life, 6 marzo 2026. Immagini di Michala Garrison. Testo di Adam Voiland. Dati VIIRS da NASA EOSDIS LANCE/GIBS/Worldview e Suomi NPP; dati PACE da NASA Ocean Biology Distributed Active Archive Center (OB.DAAC); dati Landsat da U.S. Geological Survey.
  • Dichiarazioni di: Grant Bigg, oceanografo emerito, Università di Sheffield; Heidi Dierssen, oceanografa, Università del Connecticut; Ivona Cetinić, ricercatrice NASA PACE Science Team.
Carolina Valdinosi

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