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Gli oceani come scudo globale: perché la siccità non colpisce mai tutto il pianeta insieme

Ricercatori dell’Indian Institute of Technology Gandhinagar, in collaborazione con l’Helmholtz Centre for Environmental Research di Lipsia, hanno analizzato oltre un secolo di dati climatici scoprendo che le siccità sincronizzate colpiscono simultaneamente solo tra l’1,8% e il 6,5% delle terre emerse globali, una frazione molto inferiore alle stime precedenti.

Il meccanismo alla base di questa protezione naturale risiede nei cicli di temperatura superficiale degli oceani, in particolare nell’oscillazione El Niño-La Niña, che distribuisce le condizioni di siccità in modo sfasato tra i diversi continenti invece di concentrarle in un unico evento planetario.

Una domanda fondamentale per la sicurezza alimentare globale

Cosa succederebbe se una siccità grave colpisse contemporaneamente tutte le principali regioni agricole del pianeta? La risposta è abbastanza ovvia nelle sue conseguenze generali — un collasso dei raccolti su scala globale con effetti a cascata su prezzi, disponibilità alimentare e stabilità sociale — ma la domanda scientificamente rilevante è diversa: quanto è probabile che questo scenario si verifichi davvero?

Per rispondere, il team guidato dal dottor Udit Bhatia dell’IITGN ha costruito un’analisi sistematica delle siccità globali basata su dati climatici che coprono il periodo 1901-2020. I risultati, pubblicati su Communications Earth & Environment, ridimensionano significativamente le stime di rischio precedenti e identificano il meccanismo oceanico che funge da ammortizzatore naturale.

Studi precedenti avevano suggerito che fino a un sesto delle terre emerse del pianeta potrebbe sperimentare siccità simultaneamente. L’analisi di Bhatia e colleghi indica invece che la siccità sincronizzata interessa tipicamente solo tra l’1,8% e il 6,5% delle terre globali nello stesso momento — una differenza sostanziale con implicazioni dirette per la pianificazione della sicurezza alimentare internazionale.

Come si misura la sincronizzazione della siccità su scala planetaria

L’approccio metodologico adottato nel lavoro è concettualmente elegante. I ricercatori hanno trattato gli episodi di siccità come eventi in una rete globale: se due regioni geograficamente distanti entravano in condizioni di siccità entro una finestra temporale ravvicinata, venivano considerate sincronizzate.

«Abbiamo trattato gli inizi della siccità come eventi in una rete globale. Se due regioni distanti entravano in siccità entro una breve finestra temporale, erano considerate sincronizzate», ha spiegato Bhatia, responsabile del Machine Intelligence and Resilience Lab e del AI Resilience and Command Centre all’IITGN.

Mappando migliaia di queste connessioni di siccità, i ricercatori hanno ottenuto una visione sistemica della distribuzione spaziale e temporale degli eventi siccitosi globali, permettendo di distinguere tra siccità locali, regionali e quelle con potenziale impatto planetario. Questo framework ha anche consentito di identificare i nodi più critici della rete: le regioni che più frequentemente fungono da centri di attività siccitosa.

I “drought hubs”: i nodi geografici dove la siccità si concentra

L’analisi ha identificato alcune aree del pianeta che agiscono sistematicamente come hub di siccità — centri di attività siccitosa che mostrano connessioni forti con altre regioni colpite negli stessi periodi. Le principali aree identificate sono Australia, Sud America, Africa meridionale e parti del Nord America.

Queste regioni non sono colpite dalla siccità più spesso delle altre per ragioni puramente geografiche o geologiche, ma perché sono fortemente influenzate dagli stessi cicli oceanici che guidano le precipitazioni su scala emisferica. Comprendere quali sono questi hub e come si attivano è fondamentale per costruire sistemi di allerta precoce: quando un hub entra in siccità, fornisce informazioni predittive sul rischio nelle regioni connesse.

Il team ha poi incrociato questi dati climatici con le serie storiche agricole per quantificare l’impatto della siccità moderata sui raccolti di frumento, riso, mais e soia. I risultati sono preoccupanti sul piano locale: «In molte grandi regioni agricole, quando si verifica una siccità moderata, la probabilità di fallimento del raccolto aumenta bruscamente — spesso oltre il 25%, e in alcune aree oltre il 40-50% per colture come mais e soia», ha dichiarato Hemant Poonia, AI Scientist all’IITGN.

El Niño e La Niña come regolatori della siccità planetaria

Il meccanismo centrale che impedisce la sincronizzazione globale delle siccità è l’El Niño-Southern Oscillation (ENSO), il ciclo naturale di riscaldamento e raffreddamento delle acque superficiali del Pacifico che influenza i regimi pluviometrici su scala planetaria attraverso complesse teleconnessioni atmosferiche.

Durante le fasi di El Niño — quando le temperature superficiali del Pacifico centrale ed orientale aumentano — l’Australia tende a diventare il principale hub di siccità globale, mentre altre regioni rispondono in modi diversi e spesso opposti. Quando si instaurano le condizioni di La Niña, con raffreddamento delle acque pacifiche, i pattern di siccità si spostano e tendono a distribuirsi su una gamma più ampia di posizioni geografiche.

«Queste oscillazioni guidate dagli oceani creano un mosaico di risposte regionali, limitando l’emergenza di una singola siccità globale che copra molti continenti contemporaneamente», ha spiegato il co-autore Danish Mansoor Tantary, ex studente di master all’IITGN e attualmente dottorando alla Northeastern University negli Stati Uniti.

In termini fisici, il meccanismo funziona perché le anomalie di temperatura superficiale del Pacifico modificano la circolazione atmosferica generale attraverso la generazione di onde di Rossby e la ridistribuzione del calore latente rilasciato dalla convezione tropicale. Questo altera i pattern di precipitazione in modo sfasato tra le diverse fasce latitudinali e i diversi continenti, rendendo statisticamente improbabile che tutte le principali regioni agricole si trovino contemporaneamente in deficit idrico grave.

Piogge e temperature: due fattori con pesi diversi

Lo studio ha anche quantificato il contributo relativo delle precipitazioni e delle temperature nel determinare la severità della siccità a lungo termine. L’analisi indica che le variazioni delle precipitazioni spiegano circa due terzi dei cambiamenti a lungo termine nell’intensità della siccità negli ultimi decenni. Il terzo restante è riconducibile all’aumento della domanda evapotraspiratoria causata dalle temperature crescenti.

«Le precipitazioni rimangono il driver dominante a livello globale, specialmente in regioni come Australia e Sud America, ma l’influenza della temperatura sta chiaramente crescendo in diverse regioni alle medie latitudini, come Europa e Asia», ha dichiarato il dottor Rohini Kumar, autore corrispondente e scienziato senior all’Helmholtz Centre for Environmental Research, il cui lavoro si concentra sulle interazioni tra acqua, suolo e sistemi climatici.

Questo dato è rilevante per le proiezioni future: il cambiamento climatico antropogenico sta aumentando le temperature medie globali, e con esse la domanda evapotraspiratoria. Anche in scenari in cui le precipitazioni rimangono stabili o aumentano moderatamente, l’incremento dell’evapotraspirazione potrebbe amplificare la severità delle siccità, specialmente nelle regioni di medie latitudini già identificate come vulnerabili.

Implicazioni per la politica agricola e commerciale internazionale

La scoperta che le siccità globali raramente colpiscono tutte le regioni agricole critiche nello stesso momento non è una notizia rassicurante in senso assoluto, ma offre una base razionale per strategie di gestione del rischio alimentare più sofisticate. Il presupposto operativo è che la diversità geografica della produzione alimentare rappresenta una forma di resilienza sistemica, a patto che i meccanismi di scambio internazionale siano abbastanza flessibili da sfruttarla.

«Questi risultati sottolineano l’importanza del commercio internazionale, degli stoccaggi e di politiche flessibili. Poiché le siccità non colpiscono tutte le regioni contemporaneamente, una pianificazione intelligente può usare questa diversità naturale per tamponare le forniture alimentari globali», ha sottolineato il professor Vimal Mishra, esperto di acqua e clima all’IITGN e destinatario del Shanti Swarup Bhatnagar Prize, il più alto riconoscimento scientifico multidisciplinare indiano.

Bhatia ha evidenziato le ricadute dirette sulla politica climatica: «La nostra ricerca evidenzia che non siamo impotenti di fronte a un pianeta che si scalda. Comprendendo il delicato equilibrio tra oceani, precipitazioni e temperature, i decisori politici possono concentrare le risorse su specifici hub di siccità e creare pipeline per stabilizzare il mercato globale prima che i fallimenti dei raccolti in una regione inneschino aumenti di prezzo in un’altra.»

Verso sistemi di allerta precoce per la sicurezza alimentare globale

La dimensione forse più operativa dello studio riguarda la possibilità di costruire sistemi di allerta precoce per la sicurezza alimentare basati sul monitoraggio dei pattern di temperatura oceanica. Se i hub di siccità si attivano in risposta prevedibile alle fasi ENSO, il monitoraggio delle anomalie termiche del Pacifico con diversi mesi di anticipo può fornire segnali predittivi sull’attivazione dei hub e, di conseguenza, sul rischio di crisi agricole regionali.

Studiare la siccità come parte di un sistema planetario interconnesso, piuttosto che come eventi meteorologici isolati, permette di identificare potenziali regioni di allerta precoce prima che le siccità locali si espandano in crisi più ampie. Questo approccio sistemico, abilitato dall’analisi di grandi dataset climatici con metodi di intelligenza artificiale, rappresenta una delle frontiere più promettenti per la gestione preventiva dei rischi legati al clima.

La ricerca ha ricevuto il supporto dell’Anusandhan National Research Foundation (SERB) Network of Networks grant, del Projekt DEAL e dell’AI Centre of Excellence (AICoE) in sustainable cities.

Fonte: Indian Institute of Technology Gandhinagar – studio pubblicato su Communications Earth & Environment, marzo 2026.

Carolina Valdinosi

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