Come nascono gli atolli? Il legame tra vulcani, coralli e oceani

La storia invisibile che dà vita agli atolli, dalle profondità vulcaniche agli ecosistemi corallini minacciati dal cambiamento climatico.

C’è qualcosa di quasi surreale negli atolli. Visti dall’alto sembrano anelli galleggianti in mezzo al nulla, cerchi perfetti che custodiscono lagune dai colori impossibili. Ma non sono solo belle cartoline tropicali: quegli anelli sono capolavori della natura, costruiti con lentezza e precisione da vulcani, coralli e oceani che si rincorrono da milioni di anni. Sì, milioni. Altro che vacanza esotica.

Per capire come nascono, bisogna scavare – anzi no, affondare – sotto la superficie. Lì sotto si nasconde una storia fatta di fuoco e di pazienza, di zolle terrestri che si muovono e di minuscoli organismi che costruiscono imperi. Gli atolli non spuntano per caso, e soprattutto non sono tutti uguali: ognuno è il risultato di una danza geologica complessa, dove ogni elemento fa la sua parte.

Tutto parte, letteralmente, con un’esplosione. Una montagna sottomarina erutta, si alza fino a spuntare dall’acqua e diventa un’isola. A quel punto, i coralli si fanno avanti. Questi animaletti—sì, sono animali, non piante!—iniziano a colonizzare i bordi dell’isola, crescono piano piano e costruiscono barriere. Ma intanto l’isola comincia a sprofondare. Lentamente, ma inesorabilmente. E i coralli? Continuano a crescere verso la luce, come se non volessero lasciarla andare.

Il risultato finale è quel cerchio perfetto che conosciamo: un anello corallino con al centro una laguna, dove prima c’era terraferma. E dentro quella laguna, e tutto attorno, la vita esplode. Pesci, crostacei, tartarughe, ogni angolo pullula di biodiversità. Ma come si è arrivati a questo punto?

Un equilibrio tra profondità, luce e movimento

Come spiegato da Chiara Caricchi su INGVambiente, il punto di partenza è un vulcano che emerge dal fondale oceanico, spesso in corrispondenza di un cosiddetto hot spot geotermico (tipo le Hawaii, per intenderci). Quando l’attività vulcanica si ferma, l’isola non resta ferma lì per sempre—anzi. Col tempo inizia a scendere, per via del raffreddamento e dell’assestamento della crosta terrestre, un fenomeno chiamato subsidenza. I coralli, che hanno bisogno di acqua calda e luce, iniziano a salire, costruendo in verticale.

Charles Darwin fu uno dei primi a capirci qualcosa. Durante il viaggio sul Beagle osservò le barriere coralline di Tahiti e delle Cocos, e formulò un’ipotesi piuttosto audace per l’epoca. L’idea era che si partisse da un’isola con coralli attorno, poi l’isola affondava, ma la barriera restava, finché alla fine restava solo l’anello. Negli anni ’50 questa teoria venne confermata perforando proprio un atollo, quello di Eniwetok: sotto metri e metri di corallo c’era ancora roccia vulcanica. Boom.

Barriera corallina (Depositphotos foto) – www.marinecue.it

La fragilità degli atolli minacciati dal cambiamento climatico

Oggi, però, la questione si fa più seria. Molti atolli sono a rischio, perché il mare si alza e la temperatura delle acque sale. Il problema più grosso? Lo sbiancamento dei coralli, un fenomeno in cui i coralli perdono le alghe simbionti e diventano pallidi, deboli… e poi muoiono. Secondo l’IPCC, se la temperatura media globale aumenta di 1,5°C, potremmo perdere fino al 90% delle barriere coralline. Fa paura solo a scriverlo.

Ma—e qui c’è un “ma” che vale la pena notare—alcune specie stanno dimostrando una resilienza sorprendente. Riescono a modificare i loro meccanismi interni, tipo la chimica del fluido con cui costruiscono lo scheletro. Alcuni scienziati stanno provando a “ripiantare” coralli più resistenti nelle barriere danneggiate. Funziona? Forse. Però il cambiamento climatico corre, e la natura fa quello che può, ma da sola non basta. La sopravvivenza degli atolli, e con loro di milioni di persone che vivono di pesca e turismo, dipende da quello che facciamo adesso.

Furio Lucchesi

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