Megalodon nelle profondità marine (Shutterstock foto) - www.marinecue.it
Il “mistero” del Megalodon può dirsi finalmente risolto? Ecco come sarebbe realmente parso l’enorme predatore dei mari
Sulla rivista “Paleontologia Elettronica” è stato recentemente pubblicato uno studio che vede come suo protagonista leggendario il megalodon, squalo caratterizzato da dimensioni incredibili che popolava gli oceani nel passato.
Si stima che misurasse fino a 20 metri, caratteristica che fa dell’Otodus Megalodon il più grosso squalo ad aver mai vissuto sul pianeta Terra. La sua estinzione risalirebbe a circa 3,6 milioni di anni fa, ma nonostante ormai da circa 200 anni questo esemplare sia balzato all’occhio dei biologi marini, i misteri che lo riguardano restano sempre fittissimi.
Infatti, sono poche le testimonianze concrete che consentono di indicare quale fosse la misura di questa specie marina, uno dei predatori più spietati che abbiano mai popolato le profondità idriche del globo. Le informazioni giunte sino ai nostri giorni relative alle sue dimensioni risultano particolarmente scarsi.
Eppure, una ricerca condotta da Kenshu Shimada, professore della DePaul University di Chicago, e che ha visto la cooperazione tra esperti provenienti da nove differenti Paesi, ha permesso di rinvenire ulteriori indizi relativi alle dimensioni e allo stile di vita del megalodon.
All’interno del gruppo di ricerca emerge la presenza di un’istituzione italiana, l’unica a prendervi parte, ossia l’Università di Pisa. Il lavoro degli scienziati si è concretizzato sull’analisi di un fossile realmente peculiare, corrispondente alla colonna vertebrale del megalodon, costituita da ben 141 vertebre e lunga più di 10 metri.
Il rilevamento di questo eccezionale fossile è avvenuto in Belgio, ormai più di 100 anni fa, ed ha permesso agli esperti a lavoro di comprendere come, nonostante si sia tradizionalmente portati a pensare che il megalodonte somigliasse più ad uno squalo bianco con dimensioni maggiorate, questo esemplare marino presenti maggiori punti in comune con il Negaprion Brevirostris, nome scientifico che indica lo squalo limone, che presenta spiccate capacità nel nuoto, presumibilmente applicabili, a discapito della sua mastodontica taglia, anche agli antichi megalodon.
Il paleontologo presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’ateneo toscano, Alberto Collareta, ha spiegato come il protagonista dei loro studi fosse caratterizzato per la forma dei suoi enormi denti, i cui approfondimenti in merito sono stati possibili proprio grazie ai differenti resti rinvenuti, discorso che non può, al contrario, essere applicato per quanto concerne i resti scheletrici, piuttosto rari. Ed è proprio per questo che nel corso della storia neppure i biologi sono stati in grado di definire l’effettiva dimensione e il reale aspetto del più grande predatore che i mari abbiano mai ospitato.
Lo studio condotto si è rivelato d’importanza determinante, poiché ha contribuito ad accrescere le conoscenze e la comprensione degli esperti stessi relativamente ad uno degli animali marini più affascinanti e curiosi mai esistiti, offrendo per la prima volta nella storia un’immagine del Megalodon concretamente vicina all’effettiva realtà.
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