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Cozze blu e parchi eolici offshore: un connubio pericoloso per l’ambiente marino

Gli studiosi stanno attenzionando le cozze per via delle loro caratteristiche e capacità. Saranno in grado di comportare un significativo mutamento negli ecosistemi marini?

Numerosi esperti si sono esposti riguardo le proprietà possedute dalle cozze e il potenziale ruolo che ricoprirebbero nell’ambito del contrasto all’inquinamento dei mari, una piaga sempre più dilagante nel corso delle ultime annate. La cozza, infatti, risulta essere un vero e proprio aspirapolvere marino, in quanto durante la fase dell’assorbimento di nutrimento, oltre al fitoplancton, ossia organismi fotosintetizzati, ‘aspirano’ anche microplastiche e ulteriori materiali inquinanti.

C’è la possibilità futura che le stesse vengano utilizzate come filtro naturale, al fine di purificare le acque dalle sostanze nocive, che spesso arrivano a compromettere gli habitat e gli ecosistemi naturali, rendendo inabitabili determinati settori marini alle specie viventi. Ad esprimere la propria fiducia nei confronti delle cozze e del loro potenziale ruolo è stata la biologa marina Leila Meistertzheim.

La stessa ha definito le cozze un ‘superfiltro‘, data la sua capacità di filtrare una quantità giornaliera d’acqua pari a 25 litri; per questo potrebbe ricoprire un ruolo da bio-accumulatore di materiali inquinanti. Ma in cosa consiste la funzione assorbitrice delle cozze? Durante la fase di pompaggio e filtraggio dell’acqua, che avviene usufruendo delle branchie, i molluschi sono capaci di assimilare tutte le sostanze che trovano disperse nell’ambiente circostante.

Sono molteplici gli elementi inquinanti con cui le cozze possono entrare in contatto; secondo i biologi marini, tra i materiali che vale la pena attenzionare specificamente vi sono le microplastiche che contengono, ad esempio, ftalati e bisfenolo A. Le cozze sono in grado di svolgere un effettivo ruolo di ‘bioindicatori‘, ossia sono in grado di fornire informazioni sulla salute delle acque in cui vivono. E i rischi, nel caso di una scarsa salubrità dell’ambiente, possono raggiungere anche gli esseri umani che le consumano sulle proprie tavole.

Come potranno essere impiegate le cozze?

A riportare queste informazioni è la fondazione Tara Ocean, per cui proprio Leila Meistertzheim dirige uno studio, atto a valutare la salubrità di determinati tratti fluviali siti nel territorio europeo, come il Tamigi e la Senna. Per ottenere i risultati è necessario immergere le cozze, precedentemente radunate in ceste o nasse, per un periodo di almeno un mese; al termine del tempo, gli esperti procederanno con l’approfondimento delle sostanze inquinanti rinvenibili all’interno dei loro tessuti. Nonostante la pratica di utilizzo delle cozze per il filtraggio delle microplastiche e degli altri agenti nocivi non abbia ancora ufficialmente avuto inizio, è stato evidenziato come già in altre parti del mondo, specie viventi che agiscono in maniera similare come le ostriche vengano già impiegate per la purificazione dei mari.

E per quanto riguarda l’ambito alimentare? Ne ha parlato l’ingegnere ambientale Richard Luthy, della Stanford University, California. Lo stesso ha dichiarato che le cozze allevate o pescate in aree notoriamente contaminate da agenti inquinanti non dovrebbero essere consumate. Eppure, l’eccezione evidenziata riguarda l’eventuale presenza di Escherichia Coli, contaminante definito dallo stesso Luthy utile nella rimozione del materiale fecale; infatti, come spiegato dall’ingegnere ambientale, quando le cozze espellono muco e feci per liberarsi dei batteri, sono tranquillamente commestibili. Lo stesso vale per gli esemplari che abitano zone d’acqua avvinte dall’eutrofizzazione, ossia un’abbondante presenza di nitrati e fosfati che vengono scaricati proprio nei corsi idrici, che contengono direttamente correlate alla proliferazione di alghe.

Inquinamento dei mari (Pixabay foto) – www.marinecue.it

Come l’inquinamento si riversa nell’ambito alimentare

Le cozze si nutrono proprio di alghe, riciclando i materiali presenti al loro interno, come affermato anche dalla ricercatrice Eva Galimany, del Milford Laboratory della USA National Oceanic and Atmospheric Administration. L’esplicazione diffusa dalla stessa, sarebbe già stata messa in atto in alcuni Paesi europei a ridosso del Mar Baltico, a partire dalla Svezia e dalla Danimarca; il progetto, noto come ‘Baltic Blue Growth‘, che si articolerà attraverso la coltivazione di cozze che verranno poi impiegate per l’alimentazione di animali da allevamento, compresi i pesci. Proprio in queste latitudini, la problematica dell’eutrofizzazione attanaglia le acque baltiche e l’impiego delle cozze potrebbe rappresentare l’escamotage definitivo per raggiungere una risoluzione del disagio, come spiegato dalla responsabile del progetto, Lena Tasse.

Più in generale le cozze destinate al consumo alimentare devono necessariamente essere sottoposte a test sanitari particolarmente rigidi e stringenti; restando nell’ambito, i potenziali effetti e rischi che le microplastiche potrebbero scaturire sulla salute umana non sono ancora certificabili. Resta però un dato indubbio, come rivelato da uno studio comparso su Environmental Pollution, che le cozze contengono nella stragrande maggioranza dei casi residui plastici; questo report effettuato in Inghilterra ha preso in considerazione campioni di cozze anche provenienti dagli scaffali dei supermercati. Ed è stato stabilito che circa 100 grammi di prodotto contengono, in media, 70 microplastiche al loro interno. Altrettanto certo, come si evince da un rapporto consegnato dal WWF, è che gli esseri umani a tavola corrono il rischio di ingerire accidentalmente 5 grammi di microplastiche settimanalmente in media.

Flavio Forlini

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