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Giappone: dopo 50 anni ritorna la caccia alla balenottera comune

Dopo mezzo secolo di interruzione, il Giappone riavvia la caccia alla balenottera comune.

Dopo 50 anni di stop, il Giappone ha ripreso la caccia commerciale alla balenottera comune, uno dei più grandi cetacei del pianeta. Questa specie era stata gravemente decimata dalle attività di caccia nel passato e, nonostante un parziale recupero, rimane classificata come “vulnerabile” sulla Lista Rossa dell’IUCN. La ripresa della caccia solleva forti preoccupazioni per la conservazione delle balene e rappresenta un passo indietro negli sforzi globali per proteggerle.

Questa decisione segue l’uscita del Giappone dalla Commissione Internazionale per la Caccia alle Balene (IWC) nel 2019, evento che ha segnato la fine della collaborazione internazionale su una gestione sostenibile delle balene. La caccia, infatti, viene giustificata come parte di una tradizione culturale.

Minaccia alla conservazione globale delle balene

Le balene svolgono un ruolo fondamentale negli ecosistemi marini, contribuendo al ciclo dei nutrienti e al sequestro di carbonio, mitigando gli effetti del cambiamento climatico. La ripresa della caccia alla balenottera comune rischia di indebolire questi benefici e aumentare la pressione su una specie già minacciata da inquinamento, rumore oceanico e cambiamenti climatici.

La decisione del Giappone non solo danneggia gli sforzi internazionali per la protezione delle balene, ma ignora anche i numerosi studi scientifici che dimostrano il ruolo di questi cetacei come ingegneri degli ecosistemi. La loro estinzione avrebbe conseguenze devastanti non solo per la biodiversità marina, ma anche per la salute globale degli oceani.

La crudeltà della caccia commerciale

Oltre ai problemi di conservazione, la caccia alla balena è un’attività altamente crudele. Non esiste un modo realmente umano per uccidere un animale di queste dimensioni in mare aperto. Gli arpioni utilizzati raramente uccidono le balene all’istante, causando invece una morte lenta e dolorosa.

I metodi giapponesi di caccia alla balenottera comune non sono stati divulgati, ma è probabile che non differiscano molto da quelli islandesi, dove oltre il 40% delle balene catturate ha sofferto lunghe agonie.

Coda di Balenottera (Depositphotos FOTO) – www.marinecue.it

La domanda di carne di balena è in declino

Un altro aspetto controverso riguarda la reale necessità della caccia. Nonostante il Giappone affermi che la carne di balena faccia parte della sua tradizione alimentare, la domanda interna è in costante diminuzione. Attualmente, il consumo annuo di carne di balena si aggira tra le 1.000 e le 2.000 tonnellate, un valore insignificante rispetto ai volumi registrati negli anni ’60.

Paradossalmente, mentre il Giappone continua a promuovere la caccia, circa 2.000 tonnellate di carne di balena islandese importata restano invendute nei magazzini. Questo indica che la caccia commerciale è sostenuta più dai sussidi governativi che dalla reale domanda di mercato.

Falsi miti sull’ecosistema marino

I sostenitori della caccia giapponese affermano che le balene competono con i pesci per le risorse marine, danneggiando l’ecosistema e diminuendo la disponibilità di pescato. Questa teoria, però, è stata ampiamente smentita dalla comunità scientifica. Al contrario, le balene aiutano a mantenere l’equilibrio degli ecosistemi marini e contribuiscono alla produttività delle risorse ittiche.

Attraverso la loro capacità di stimolare il ciclo dei nutrienti negli oceani, le balene favoriscono la crescita del fitoplancton, una fonte primaria di cibo per molti pesci. Di conseguenza, eliminare le balene potrebbe avere effetti devastanti per l’intera catena alimentare marina.

La richiesta di fermare la caccia

L’International Fund for Animal Welfare (IFAW) e altre organizzazioni ambientaliste stanno facendo pressione sul governo giapponese per fermare la caccia alla balenottera comune.

Questa pratica non solo viola il dovere del Giappone di cooperare con la comunità internazionale nella conservazione dei cetacei, ma potrebbe anche compromettere seriamente la sopravvivenza a lungo termine di questa specie.

Ada Stolti

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